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Articolo tratto da "Il Sole 24 Ore" di Domenica 9 Gennaio 2011
Chi drammatizza evoca lo spettro del "rischio sistemico". Chi minimizza ricorda che il mark-to-market negativo a carico degli enti locali e territoriali con strumenti derivati in essere con banche italiane è di poco superiore a 1 miliardo, l'1% del debito complessivo di comuni, province e regioni. La cosiddetta perdita potenziale (quanto gli enti dovrebbero sborsare alle controparti se chiudessero i contratti anticipatamente), anche comprendendo le controparti estere, è una somma ridicola rispetto ai 1.760 miliardi del debito pubblico. Ma la vecchia "mina-derivati" ha ora altre sembianze, quelle della bolla giudiziaria.
Gli swap della finanza locale sono divenuti infatti un terreno di guerra tra enti e banche, un campo lungo e largo quanto il territorio nazionale dove si combattono battaglie legali senza esclusione di colpi: dalle denunce per truffa aggravata contro le banche agli appelli e ricorsi alle Alte corti di Londra, dalle sospensioni di pagamento, più o meno lecite, agli annullamenti unilaterali di contratti, con tanto di minacce di declassamento di rating.
Un mix esplosivo che, se dovesse degenerare con la moltiplicazione dei ricorsi nelle aule dei tribunali da parte degli enti, rischia di far lievitare i costi legali a carico della pubblica amministrazione a fronte di benefici di spesa minimi o nulli, paralizzando l'operatività delle banche e chiudendo definitivamente i battenti al mercato degli strumenti derivati in Italia. Negli ambienti vicini al ministero dell'Economia si percepisce una crescente preoccupazione: perché lieviteranno i costi legali e perché, nel caso di annullamento dei contratti, gli enti dovranno rimborsare i flussi incassati quando il mark-to-market è stato positivo.
L'ultimo caso di cronaca giudiziaria è stato quello della regione Lazio che nei giorni scorsi ha citato in giudizio 11 grandi banche (compresa Citibank, consulente incaricato dal Tesoro per sbrogliare la matassa dei debiti regionali) chiedendo un risarcimento per 82,8 milioni più interessi e danni per i derivati: per la presidente Renata Polverini «la regione si è vista addebitare oltre 82 milioni di costi occulti». Firenze lo scorso dicembre ha sospeso i pagamenti su sei swap mentre il processo-apripista del comune di Milano è ancora in corso, disattendendo le aspettative di chi scommetteva su una sentenza-capestro contro le banche entro fine 2010. Tra i casi recenti va citato il blitz della guardia di finanza di Firenze e il sequestro preventivo da 22 milioni nei confronti di quattro banche per aver realizzato "profitti illeciti" ai danni della regione, del comune di Firenze, Campi Bisenzio, Tavarnelle e San Casciano Valdipesa. Vanno poi ricordati i ricorsi della provincia di Pisa, di Pozzuoli, Rimini, Verona: per menzionarne solo alcuni.
Nessuno mette in dubbio la possibilità che alcune banche abbiano potuto approfittare dell'asimmetria informativa tra intermediari e assessori al bilancio di piccoli enti: su un totale di oltre 600 enti comunali, provinciali e regionali con derivati su un debito iniziale di 35 miliardi, è verosimile che qualche intermediario abbia sfruttato a suo vantaggio l'opacità degli strumenti più complessi, la scarsa preparazione degli "operatori qualificati" nella Pa. Il sistema bancario è favorevole a un'operazione "pulizia" che identifichi colpevoli e comportamenti scorretti. Ma quel che sta accadendo ora è altra cosa, per i più allarmati «di portata sistemica»: la stragrande maggioranza degli enti, con perdite potenziali, si sta convincendo che tutti i contratti sono fuorilegge e vanno annullati, che tutte le banche hanno truffato, che i pagamenti non vanno onorati. Gli enti e tendenzialmente la magistratura partono dal presupposto, sbagliato secondo Consob, Abi, Mef e associazione internazionale Isda, che i contratti tra due controparti debbano avere valore iniziale equivalente a zero, senza incorporare il margine di intermediazione che invece è quella legittima spesa a carico dell'ente che serve a compensare la controparte bancaria da una serie di costi e rischi.
L'Abi ha richiesto formalmente, con una lettera inviata nei giorni scorsi al nuovo presidente della Consob Giuseppe Vegas, un chiarimento da parte della commissione per fare luce su due punti: 1) riconoscere esplicitamente (come risulta da regolamenti Consob già erogati ma molto frammentati) la legittimità del margine di intermediazione nei derivati a favore dell'intermediario che presta un servizio; 2) mettere in chiaro che il valore "zero" di uno swap è solo teorico, un'equivalenza di riferimento tra il flusso dei tasso variabile contro fisso che al momento della stipula del contratto viene modificata per incorporare il margine di intermediazione. Una lettera di eguale tenore era stata inviata la scorsa estate all'ex presidente Cardia, senza successo. Entro quest'anno infine un altro importante intervento chiarificatore è atteso: il ministero dell'Economia deve varare il tanto atteso regolamento per stabilire le modalità e la contrattualistica dei derivati per la finanza locale.


